Vi spiego i nonni, parte prima

prontononnaMi guardo spesso intorno, ultimamente, e lo dico perché non è da me. Io sono distratta, pasticciona, presa dai miei pensieri. Dicevo, mi guardo intorno, ultimamente, e guardo soprattutto i coetanei, in modo particolare i nonni. Ce ne sono parecchi, nella zona in cui abito, alcuni (pochi) fanno un paio di crociere l’anno, hanno hobbies vari (dalla canasta, allo yoga, al tennis) e non hanno impegni “da nonni”, anche perché non potrebbero far coincidere viaggi e altro con una presenza costante. Sono pochi, a dire il vero, visto che abito in una zona non ricca. La maggior parte è quella che si occupano dei nipoti, alcuni sono ancora piccoli, e non sono in età di asilo. E allora il nonno, la nonna, li portano a passeggio, fanno una sosta al bar per un caffè con il piccino che scalpita per uscire del passeggino perché vuole esplorare il mondo. E ne ha diritto. Quasi tutti i nonni che conosco e che vedo, quando non sanno più che santi chiamare in terra rifilano un pezzetto di brioche, un pezzetto di pane per avere tre minuti di pausa. Non scherzo, dare del cibo ai piccoli è un po’ come far guardare loro la tv: serve da pausa. Sia ben chiaro, tutti questi nonni amano in modo smisurato i loro nipoti, sono solo un po’ stanchi.

Ora ci sarà chi dirà “la solita solfa, i nonni sono stanchi, i nonni c’hanno gli acciacchi etc. etc.”. Beh, in parte sì, ma non è questo il punto. Ora i figli – i nostri figli – ci fanno diventare nonni più tardi, rispetto a una generazione fa. Questo vuol dire che si diventa nonni intorno alla sessantina, più o meno. E – parlo per esperienza personale – i sessanta coincidono (anno più, anno meno) con i primi acciacchi. Insomma, dopo quell’età si comincia ad avere qualche problema. Ma – come dicevo – non è questo il punto. Era solo un promemoria per il futuro.

Perché io il futuro lo vedo, è sotto i miei occhi, ed è quello che mi ha fatto un po’ male. I figli lavorano, c’è la necessità di affidare i piccoli ai nonni che sono lì apposta per dare una mano. Ma questi bimbi crescono, cominciano la scuola, in men che non si dica finiscono le elementari e vanno alle medie. Cioè, diventano grandi. Ecco che i nonni sono meno utili, meno “indispensabili”. E il punto è proprio questo. Siccome vanno alle medie magari pranzano dai nonni e poi via di corsa a casa a fare i compiti. I nonni, in questa fase, diventano un appoggio momentaneo che sostituisce il panino, per estremizzare. Ma più crescono e meno ci vanno dai nonni, nemmeno per pranzo. E così si invertono i ruoli. Se prima c’era la telefonata “nonna, vengo a mangiare da te”, poi non c’è nemmeno quella. C’è il silenzio, di giorni. E allora è ancora il nonno/a che prende il cellulare e chiama, che allunga la mancia, che chiede come vanno le cose, la scuola, gli amici. Dall’altra parte c’è qualche sbuffo (ufff… che noia) e molti monosillabi. I nonni non servono più, quindi…

In più l’età avanza, non si è più agili, si fa fatica a fare molte cose. Si invecchia, per dirla in due parole. E andare dai vecchi non è mica così divertente: il nonno è un po’ sordo, la nonna ci vede poco. Vuoi mai che si lamentino  e io mica c’ho voglia…. Meglio gli amici, la tv, l’Ipad. Per carità, c’è posto per tutto, è tutto sacrosanto. Ma se la vita per genitori e figli scorre frenetica, per i nonni è a rilento. Fatte quelle poche cose, la spesa o il pranzo, c’è il tempo libero, la tv. E qualche momento in cui sarebbe bello fare quattro chiacchiere, bastano pochi minuti. Non deve essere un obbligo, ma una necessità. Ma il tempo per i nonni è sempre all’ultimo posto, nella classifica.

No, non è giusto. Vorrei dire alle giovani mamme, quelle che oggi hanno bisogno dei nonni, ma anche quelle che sono così fortunate da non averne bisogno, di insegnare ai loro figli il valore dei nonni. Non la loro utilità il loro VALORE. Che sta nell’educazione un po’ all’antica, nei racconti dei tempi che furono, nel rispetto, nell’amore. E parlo di anziani, cioè di esseri umani che dopo aver dato tanto nella vita si ritrovano a riscuotere (in affetto, in presenza, in telefonate) un po’ di quello che hanno dato. Non solo per loro stessi, ma anche come esempio di come si trattano i genitori. Perché un bambino, un ragazzino, che vede che i propri genitori trascurano i nonni farà altrettanto.

Non serve molto, ai nonni, lo ripeto. Una telefonata, un messaggio, una caramella (i vecchietti sono spesso golosi!) una visita a sorpresa, anche di due minuti (sono passato per sapere come stai nonna! Ora scappo perché ho da fare) e si riaccende il sorriso, si scalda un cuore, o anche due.

E ai nonni vorrei dire di avere sempre la porta aperta, niente rancori se non chiamano o se non vengono a trovarvi. Il sorriso è quanto di meglio possiate mostrare ai vostri nipoti. E raccontate storie, pezzi di vita, saranno curiosi di sapere.  Non stupitevi se vi chiedono “Ma nonna, quando tu eri piccola esisteva il telefono?” perché io mi sono sentita chiedere, dai miei nipoti “ma quanto sei nata c’erano ancora i dinosauri?”. A tre anni è concesso, e mi ricordo ancora le risate. Siate il loro rifugio, fate loro capire che per loro ci sarete sempre.

Dicevo, vedo con i miei occhi i nonni di nipotini grandi. E vedo tanta tristezza, ma ancora la speranza. Magari domani vengono a pranzo, magari domani chiamano.

Ecco, sappiate che costa poco far spuntare un sorriso a un nonno.

 

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8 risposte a Vi spiego i nonni, parte prima

  1. Mammapiky scrive:

    Mia nonna Anna se ne è andata pochi mesi fa e per noi era un pilastro di quelli fondamentali, perché a parte gli ultimi periodi in cui la malattia l’ha consumata, per il resto ha tirato avanti la carretta della famiglia a testa alta. Per me è stata non una nonna, lei era LA NONNA, quella che anche se avevo 40 anni mi dava certe strigliate che nemmeno io ai miei figli. E per me stare con lei, passare a trovarla, farmi invitare a pranzo, avanzando anche richieste di menù, era una necessità più mia che sua, la mia tisana giornaliera…ecco ora non c’è più ed andarla a trovare dove sta, mi fa tanto male, eppure non riesco a non farlo…speriamo che sorrida anche da la!

    • WonderNonna scrive:

      Me lo immaginavo che avevate un rapporto così… me ne hai parlato con tanto affetto! Ecco, credo che questo sia il rapporto giusto nonna-nipote, strigliate comprese. Io non ho avuto la fortuna di conoscere i miei nonni, sono morti che ero troppo piccola ed erano molto lontani. Quindi, visto che è nell’ordine delle cose perdere i nonni, sappi che sei stata fortunata, visto quanto te la sei goduta. Anna si chiamava, vedo… già, Anna.

  2. Bridigala scrive:

    Che belli i nonni! L’unica nonna che ho, ed è ancora viva nonostante i miei quarant’anni suonati, non ha voluto fare la nonna. Non dico badare a noi, mia madre era a casa e si è occupata con gioia di me e mio fratello, ma non è stata in grado di costruire un rapporto affettivo con noi, non ha nemmeno provato, e oggi, quando la andiamo a trovare mi fa male che non si giri nemmeno a guardarmi o a chiedermi “come stai?”. Non le interesso, e questo è tutto. Ricordo con nostalgia la nonna della ragazza tedesca che mi ha ospitato per dieci giorni in scambio culturale, pur con il mio limitato tedesco adoravo chiacchierare con lei, e siamo state molto buffe alla mia partenza, ad abbracciarci in lacrime… Ma sottoscrivo, i nonni non vanno mai dimenticati o accantonati, e noi nipoti dobbiamo tener presente quanto è importante una telefonata o una visitina.
    Chiara

    • WonderNonna scrive:

      Cara Chiara,
      innanzi tutto grazie di essere venuta a trovarmi, spero davvero che questo blog ti piaccia e ti interessi tanto da… tornare!
      Conosco anch’io nonni che non han voluto fare i nonni. Non li giudico, c’è a chi non interessa. Ed è un vero peccato, non tanto per i piccoli, a cui è negato un diritto, quanto proprio per loro, i nonni, che non sanno cosa si perdono. Mi dispiace per la tua esperienza…

  3. mammamedico scrive:

    ho avuto una nonna “pesante” che al’aprirsi della porta diceva al figlio (mio padre) “ah, finalmente sei arrivato, non vieni mai” etc etc. ed io mi chiedevo sempre il perchè di quelle lamentele, dato che eravamo lì. al contrario mio marito aveva una prozia quasi centenaria, sorda e cieca, ricoverata in una residenza per anziani. era un piacere andare da lei, donarle anche solo 5 minuti in un incastro di mille altre cose perchè sapevo che era contenta anche di quel poco. il regalo più grande è stato portarle mio figlio neonato e farle toccare i piedini.

  4. È vero basta poco per far felici i nonni. E pensare che una visita di anche solo 5 minuti riempie le loro giornate e racconti di ore alla vicina di casa.
    Leggendo ho ricordato la mia nonna mancata quasi 10 anni fa.
    Bellissimo post. Molto reale quello che scrivi :)

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