Un bambino discriminato

Nella casa dove abitavo da bambina abitava anche un maschietto  di qualche anno più piccolo di me, Emilio. Stava ore e ore a giocare da solo. Se si avvicinava agli altri bambini subito c’erano urla e schiamazzi, tutta la gente usciva dalle case e affacciata alla ringhiera assisteva agli interminabili litigi la cui causa era sempre lui, il bambino con cui nessuno voleva giocare.

Non era più vivace degli altri, non disturbava più degli altri, era semplicemente meridionale e nessuno lo voleva.

Emilio a me faceva pena. E mi stava simpatico, perché per indole non amo le ingiustizie. Io abitavo di fronte e lo guardavo stare per ore con le gambe penzoloni, attaccato con le mani alla ringhiera. Lo curava una zia anziana perché la mamma lavorava in fabbrica. E a quei tempi ben poche donne lavoravano fuori casa.

Il fatto che fosse meridionale pesava eccome sulla faccenda. E anche il fatto che la mamma lavorasse. Era un po’… sconveniente, diciamo. Almeno, questo era quanto leggevo nelle chiacchiere di cortile delle donne. Un paio di battute del tipo “Ma stesse a casa a guardare il figlio, piuttosto…” mi erano bastate per farmi un’idea precisa.

Lo dico perché al piano di sopra abitava una famiglia toscana. Papà camionista, mamma domestica a ore e figlio. Ma nessuno discriminava Renzo, il figlio. E nessuno diceva le stesse cose della sua mamma.

I “terroni”, come li chiamavano nel mio condominio abitato soprattutto da milanesi, erano diversi. Come diversi? Ah… beh, intanto  si dice che coltivano i pomodori nella vasca da bagno. Peccato che in quelle case di ringhiera non ci fossero bagni (solo servizi in comune) quindi neanche a parlarne di vasche. E poi puzzano. E qui mi veniva da ridere, ma da ridere davvero.

Uno dei passatempi preferiti delle pettegole del palazzo era guardare COSA e QUANTO  bucato stendessero i coinquilini. Anche mia mamma non faceva eccezione. “Ahhhhh… quelle lenzuola lì non sono mica sue, quella lava per qualcun altro!” naturalmente c’entrava solo parzialmente col fatto che consumasse acqua che tutti pagavamo. Oppure “Come fa a dormire in un letto con le lenzuola verdi?” Già, allora erano una rarità, si usavano solo lenzuola bianche. Ma non posso non ricordare i commenti sulla biancheria intima. “Quelle mutande lì sono nuove! Ma quante ne ha? L’altro giorno ce n’erano stese almeno dieci paia!”. Una dichiarazione dei redditi fatta sulla biancheria intima.

Ma in tutto questo avevano da dire soprattutto sulla mamma di Emilio, che dopo una giornata in fabbrica veniva a casa e lavava a mano (lavatrici al tempo, niente) la biancheria. “Ma lava anche oggi? Ha steso ieri!”. Insomma, non andava mai bene niente. Dimenticavo: uno degli insulti che gridavano dietro al povero Emilio era “Vunciùn!” (sporcaccione, nel senso di uno che si lava poco). Mettetevi d’accordo. O la mamma lava per hobby, o non può essere sporco, il povero Emilio.

Eppure non sono cresciuta razzista. Tanto che ho sposato un bravo ragazzo pugliese, in un periodo nel quale non si affittavano case ai terroni (con tanto di cartello).

Per la cronaca, Emilio si è diplomato brillantemente, era (è) un bravissimo ragazzo ed ha un ottimo posto di lavoro. Ma purtroppo le befane che gli rendevano la vita difficile son morte prima di saperlo.

Oggi vedo mio nipote Leonardo che gioca con tutti i compagni, di ogni colore e lingua. Anzi, uno dei suoi migliori amici all’inizio dell’anno di scuola materna non parlava nemmeno una parola di italiano. Ma si capivano benissimo.

Erano buffissimi. Leonardo avvicinava Gabriel e chiedeva “Posso PENDELE questo gioco?”. Gabriel ovviamente non capiva e diceva “Uh?” ma mio nipote lo prendeva come un sì e si allontanava soddisfatto. Qualche scaramuccia è nata quando Gabriel ha cominciato a capire e a rispondere “No”. Ma niente di irrimediabile.

Sono bastati sei mesi ed ora la mamma di Gabriel confessa che spesso il piccolo usa parole italiane di cui nemmeno lei conosce il significato. I bambini senza preconcetti sono meravigliosi. Sarebbero belli pure gli adulti.

 

Questa voce è stata pubblicata in Com'era difficile essere figli e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *