L’età dei capricci

Non sono una psicoterapeuta infantile, non sono una pediatra, non sono un’esperta. Sono una nonna che – ovviamente – prima ancora di esserlo è stata mamma e tanto mi dà il coraggio di dire la mia su un argomento importante che in questo periodo vede protagonista la mia piccola Isabel, ma non solo. Anche Maria Elena Bravi, nel suo bellissimo blog, ha scritto qui qualcosa al riguardo. E proprio leggendo questo post ho ritrovato i capricci di mia figlia e ora di mia nipote.

Isabel ha tre anni. E’ bellissima, intelligente in modo sorprendente (via, sono la nonna, lasciatemelo dire!), vitale, sfrenata, vispa e chi più ne ha più ne metta. Sa quel che vuole, e lo sa da tempo. Fin qui, tutto normale.

Ora, partiamo dalla considerazione che non esistono i bambini cattivi, semmai ci sono i bambini capricciosi e Isabel è tra questi. Ogni bambino ha come “missione” quello della sfida. Fin da quando inizia a parlare e a muoversi autonomamente ha davanti a sé  un mondo che è “ostile”, enigmatico, difficile. Attraversare una stanza quando si cammina appena è una sfida. Salire per la prima volta sulla sedia per vedere che c’è sul tavolo, è una sfida. Ottenere quel che si vuole, a tutti i costi, è una sfida. Difficilmente un bambino si arrende. Prova e riprova fin quando non ottiene quel che si è prefisso. A volte è esperienza, altre volte è ostinazione. Ed è qui che nascono i capricci.

Le armi di un bambino sono ben poche: chiedere (o provare) ostinatamente, e in caso di rifiuto o impedimento, ecco le lacrime. Tutto normale, fin quando l’oggetto dei desideri è una richiesta che può essere esaudita. Ricordo la mia esperienza con mia figlia. Se non riusciva a fare qualcosa, le spiegavo come farla, anche più di una volta. Ma a volte le richieste dei piccoli non si possono esaudire. “ Voglio le forbici” “No, le forbici sono pericolose per un bambino, quindi niente da fare”. “Le vogliooooo!”.  “Ti ho spiegato che non è possibile, quindi smetti di gridare, non le avrai” “Ma mi servonoooo”. “Ho detto no, smettila!”.  Segue magari il tentativo di prendere da solo quel che vuole. Bisogna sempre spiegare ad un bambino perché non può ottenere una determinata cosa. La prima volta con pazienza, la seconda più velocemente, dopo di che deve essere un “no” e basta. Ma in quest’ultimo caso ecco che il piccolo si butta a terra, batte i pugni, strilla senza una lacrima, cerca di attirare l’attenzione e soprattutto di ottenere quel che ha chiesto.  Ora, è vero che (escluso magari il caso delle forbici) dopo qualche minuto in cui ti si sono fracassate le orecchie, la tentazione è di cedere pur di non sentirlo urlare. A maggior ragione se il piccolo capriccioso non è figlio unico. Le sue strilla si sommano a richieste del fratello/sorella, alla cena da preparare, ai panni da stendere, alla spesa da sistemare. La tentazione è lì, fortissima, e spesso si cede. Ed è un errore doppio. Primo, perché se si dice NO, no dev’essere: la mamma non si fa ricattare dagli strilli. Secondo  – più importante – è perché la prossima volta la richiesta sarà ancora più ardita. Per tornare all’esempio delle forbici, vorremmo mica cedere su coltelli, pistole o mitragliatrici, vero? Dico per assurdo, ovvio.

Isabel, da furbissima treenne qual è, ha capito perfettamente l’antifona. E l’ha capita da tempo. Siamo arrivati al punto che se non la si accontenta risponde male (“Voglio una caramella” “No, Isabel, è ora di cena” “La vogliooooo” “Ho detto no!” “E allora tu sei brutta e monella” con tanto di tentativo di usar le mani contro il malcapitato papà o mamma). E siamo arrivati al limite, me ne sono resa conto nei due mesi che ho abitato con lei e famiglia. Lei fa il suo mestiere di bambina: chiede fino a che non riesce ad ottenere quel che vuole. I genitori, spesso presi da mille cose, la sgridano, si impuntano, ma a volte cedono e con i bambini, basta cedere una volta e sei finito. La sfida è aperta, e fin quando non si pone un limite, è sempre più accesa.

L’ultima settimana che ho trascorso a casa di mia figlia ha visto regole nuove (per entrambi i bambini): sono banditi i capricci, non si risponde male a nessuno né tantomeno si usano le mani, si ubbidisce, pena: le punizioni.

Entrambi i piccoli hanno annuito e sembrava avessero capito. Ma se per Leonardo (che ha già passato da un pezzo l’età dei capricci) basta uno sguardo o al massimo una velata minaccia, per Isabel, in pratica, è rimasto tutto come prima. Così ha dovuto essere messa in punizione (un angolo della stanza dove dorme, da cui le è proibito uscire fin che non le passa) più volte. Insomma, bisogna ignorare i suoi capricci: dopo un po’ le passa. Ma è importante non lasciar perdere, mai, perché basta un cedimento e tutto il lavoro fatto fino a quel momento risulterà inutile.

Mi si stringeva il cuore sentirla strillare, ma sapevo che era la cosa giusta, per la sua educazione. Ricordiamoci che non è solo per i nostri nervi o le nostre orecchie che lo facciamo, ma soprattutto per loro. Perché un bambino abituato a fare quel che vuole , non lo fa solo in casa, ma anche fuori. E diventa prepotente e antipatico. E quindi – magari – isolato dagli altri bambini.

Quindi, meglio intervenire prima che sia troppo tardi. Piccola Isabel, mamma e papà lo fanno per il tuo bene.

 

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4 risposte a L’età dei capricci

  1. anna scrive:

    ….parli cn mia mamma? ???? No perché qui sm nella fase punizione contro i capricci. Ma a lei le si spezza il cuore.

  2. Mammapiky scrive:

    Hai sviscerato il problema benissimo ed anche tutte le dinamiche che portano un genitore cedere. Le urla dei bambini sembrano fatte apposta, non solo per lacerarti il cuore, ma anche per portarti all’estremo. Teresa in questo e’ esperta e sa come deve colpire e quando, credimi io ci provo a non assecondarla ma non sempre mi viene bene ed infatti il problema si ripresenta. E’ in quella fase di scoperta che vorrebbe fare tutto e farlo da sola, ovvio non ci riesce e allora parte con la sirena, più che strillare piange e sembra la più disperata del mondo. Credo nel potere del tempo, nella loro crescita, maturità e autonomia. Faccio del mio meglio, faccio ciò che posso, ci provo ma spero comunque che la fase passi presto, se di fase si tratta, e nel frattempo di non fare troppi danni. A volte mi accorgo che le loro urla e i capricci sono dettati dalla necessità di attenzione dal mancato tempo che si dedica loro, dalle giornate passate lontano da noi e li arrivano i sensi di colpa, forti e che sono una delle cause per cui a volte cedo, cercando di colmare con un si, i momenti che non gli dedico. Che disastro!

    • WonderNonna scrive:

      Togliti dalla testa tutti i sensi di colpa, per favore! Tutte (e dico tutte, perfino quelle che non lavorano) hanno sensi di colpa. Inutile che ti dica che non è la quantità, ma la qualità del tempo che si dedica a un bambino, quella che conta. Piuttosto, hai ragione quando dici che vogliono accentrare l’attenzione su di loro, perché, per esempio, può essere la gelosia per il fratello o la sorella. Isabel, lo so, è gelosa di Leo, pur adorandolo. E’ una fase, Maria Elena, ma va controllata, e sono sicura che tu fai del tuo meglio, così come cerca di fare del suo meglio mia figlia. Io non faccio testo, avevo una sola bambina e mi era più facile. Una cosa posso dirti: se per due o tre volte vedono che fai sul serio, a volte si danno una calmata, da soli. Ti abbraccio, mamma straordinaria.

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