Ho incontrato un angelo

ANGELOC’è persino una trasmissione televisiva, dedicata agli angeli, e in ogni caso, è diventato un argomento di moda. Parlo degli angeli: c’è chi ci crede, chi no, ma vi parlo della mia esperienza diretta: io ho incontrato un Angelo.

Ci ho pensato solo dopo quanto sto per narrarvi, ne ho preso coscienza solo perché mi sono soffermata a rifletterci, e raccontare questa cosa è per me difficile. Ometterò i particolari, troppo dolorosi, ma è giusto che il mio Angelo sappia che ho pensato a lui.

Molti anni fa ricoverarono in ospedale mia mamma, all’epoca ultraottantenne. Era già il terzo ricovero nel giro di poco tempo, e questa volta avevo deciso di cambiare ospedale. Fu un segno del destino portarla lì, perché chiamata l’ambulanza l’ospedale di pertinenza era il solito, e l’autista mi disse che avrebbe dovuto portarla di nuovo lì. Ma c’era un sovraffollamento, per cui l’ambulanza fu dirottata in una piccola clinica, che io ben conoscevo.

Dopo gli ennesimi esami di laboratorio il medico di turno mi chiamò e mi disse “Ma con tutti i ricoveri precedenti, nessuno si è accorto che sua madre ha un tumore all’intestino?”. Fu una mazzata sul collo. Feci no con la testa e lui mi rassicurò “Tranquilla, la operiamo e le garantisco che sua madre non morirà per quel tumore, l’età avanzata è dalla sua parte”. Aveva ragione, ma a quel tempo non lo sapevo.

Mamma fu ricoverata e venne il giorno dell’operazione. Ora devo spiegare una cosa che mi riesce particolarmente difficile e dolorosa da raccontare. Da bambina ho adorato mia mamma, era la mia forza, il mio punto di riferimento, la mia vita. Accettavo ii suoi difetti e la prendevo per quel che era: i bambini non cambierebbero la loro mamma nemmeno per la migliore del mondo, semplicemente l’accettano.

Poi, da adulta e da mamma, ho capito tante cose, ne ho sapute altre che mi han fatto molto male e il mio rapporto con lei è cambiato. Da figlia sapevo che mi era stato negato qualcosa di importante, che non era giusto e avevo tanta rabbia, tanto, tanto dolore. Non voglio dire di più, non me la sento.

Venne il giorno dell’operazione e io sono lì, con lei, ad aspettare che la portino in sala operatoria. Quando arrivano gli infermieri vedo negli occhi di mamma la paura e con un filo di voce mi chiede “Non mi dai nemmeno un bacio?”. Quella era la prima volta nella mia vita che le sentivo fare una richiesta del genere. Non era da lei, che è sempre stata emotivamente distante da me.

La portano via e mio scoppio a piangere, seduta a terra accanto al letto. D’improvviso vedo accanto a me una infermiera, mai vista prima. Mi fa alzare, mi guarda e mi chiede “Cosa c’è?”, con una dolcezza infinita. Io avevo bisogno di parlare, di spiegare e mi sono aperta con lei come non avevo mai fatto e come non ho fatto mai più, con nessun altro. Ho buttato fuori la mia rabbia, il mio dolore, ho spiegato che mai, mai mi aveva chiesto un bacio, che ben raramente e in occasioni particolari ne avevo avuto uno. Lei, quell’infermiera dal viso dolce mi raccontò che anche lei aveva lo stesso strano rapporto con la sua, di mamma. Che anche lei ne aveva sofferto, che capiva cosa provavo. Chiacchierammo per ore, lei non si mosse mai di lì: asciugava le mie lacrime e non una volta mi fece sentire colpevole.

Alla fine riportarono mamma dalla sala operatoria. Il medico confermò la diagnosi e mi disse che tutto sarebbe andato bene. Mamma dormiva ancora e io andai a cercare l’infermiera per ringraziarla, ma non la trovai. “La ringrazierò domani”, pensai. Passarono i giorni, mia madre lentamente si riprendeva e io ogni giorno cercavo l’infermiera, di cui non sapevo il nome.

Un giorno chiesi addirittura alla capo sala, descrivendogliela. Mi sentii dire “Guardi… non c’è nessuna che corrisponda alla sua descrizione” insistetti, dicendo “Magari è una volontaria”. Ma non era nemmeno una volontaria. Nelle tre settimane successive l’ho cercata invano, ho chiesto a parenti di altri degenti, alle altre infermiere, ma nulla.

Poi mi fermai a riflettere. Quella donna era rimasta con me per ore: quale infermiera poteva permettersi di lasciare il lavoro per stare con la parente di un solo paziente? Non l’avevo mai vista prima, nessuno la conosceva , che strano… Poi ho capito: avevo tanto bisogno di conforto, avevo nel cuore tanta amarezza e dolore e Dio mi aveva mandato un Angelo. Ognuno è libero di credere o no, io so che il mio Angelo era vestito da infermiera.

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4 risposte a Ho incontrato un angelo

  1. Silvia Fanio scrive:

    Annamaria…
    Mi son commossa leggendo le tue parole!

    I segni ci sono. Ne sono convinta!

    Agli scout ho portato i ragazzi suo Cammino di Santiago.
    Un giorno stavo malissimo, camminavo da sola, sul Cammino. C’era silenzio, il cielo blu, gli alberi verdi ed il grano giallo. Solo il suono delle mosche.
    Io camminavo e chiedevo a Dio perché oltre la mie croci e la fatica del cammino, avesse proprio deciso che dovessi pure stare male.
    La sera, arrivati al termine della tappa, si ferma un furgone con due tedeschi che chiedono indicazioni. Ero seduta per terra, sulla strada, e mi chiedevo come avrei fatto a proseguire il giorno dopo. Mi sono alzata ed ho dato indicazioni ai due tedeschi e loro hanno visto subito che stavo male.
    Mi hanno portata all’ospedale più vicino, dove mi hanno visitata (gastroenterite e febbre a 39, mi chiedo ancora come io abbia fatto a camminare 35km quel giorno).
    Terminata la visita, si sono rifiutati di riportarmi indietro e mi hanno fatto telefonare agli altri capi scout per avvisare che li avrei raggiunti la mattina dopo: i due tedeschi mi hanno pagato la camera di un albergo.

    Quella sera, apro il libricino delle preghiere del campo: era il giorno del punto della legge scout “si rendono utili ed aiutano gli altri” e c’era la parabola del buon samaritano: mi si è gelato il sangue nelle vene, poi ho pianto per l’emozione.

    Non ho mai ringraziato abbastanza quella coppia.
    Mi sono fatta dare l’indirizzo, per scrivere loro e magari poter ripagare il mio debito, ma l’indirizzo sul loro biglietto da visita è risultato inesistente.

    Non sono più riuscita a contattarli.

    Ma li porto nel mio cuore.
    Sono il Segno che il Cammino di Santiago mi ha donato.

  2. Drusilla scrive:

    Ho i brividi!
    Io non sono particolarmente credente, ma agli Angeli ci ho sempre creduto e credo che ognuno di noi ne abbia uno.

  3. WonderNonna scrive:

    Ecco, mi hai fatto piangere… Che bello, il tuo racconto, che per certi versi somiglia al mio: anche i tuoi erano angeli, secondo me!
    Peraltro il cammino di Santiago è una delle cose che avrei voluto fare, e mi spiace che ora le mie gambe non me lo consentano più.
    Ad ogni modo, anche io mi porterò nel cuore per sempre quell’esperienza, così come tu porterai la tua nel tuo. Come siamo state fortunate…

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