Il 25 aprile e i campi di lavoro

Ieri era il 25 aprile, una data importante per l’Italia, ma lo era particolarmente per il mio papà. La liberazione, per lui, era la fine dei due anni in un campo di lavoro tedesco. Un campo di lavoro era quasi come un campo di concentramento, solo che si lavorava. Scavare tra le macerie di Berlino, a volte scavare buche per poi riempirle di nuovo, perché non c’era altro lavoro da fare, mi raccontava papà, e bisognava tenere occupati i prigionieri.

Il vitto era misero:20 grammi di margarina al giorno con una fetta sottile di pane. Nient’altro. Se erano fortunati, nei giorni di lavoro, e avevano un comandante tedesco buono, potevano recuperare delle bucce di patate e bollirle, per poi mangiarle.

Si vendette l’orologio, la catenina,   per un filoncino di pane. Ma vide morire di fame e di stenti tanti commilitoni.

A casa sua, ho recuperato e la terrò per sempre, la  targhetta con il numero che gli era stato assegnato 111899. Perché lì erano dei numeri, e pur non avendo mio padre alcuna istruzione, aveva dovuto imparare a suon di botte il suo numero, in tedesco. E non l’ha mai dimenticato.

Così come io non ho mai dimenticato i suoi racconti, perché mi hanno terrorizzato e traumatizzato. Ancora oggi vedere film sulla guerra mi fa orrore.

Il 25 aprile si aprirono le porte del campo, e ognuno era libero di tornare a casa, in Italia. Mio padre ci mise due mesi, a tornare. Qualche tragitto su treni improvvisati, dove qualcuno, pur di trovare posto, salì sul tetto della carrozza e durante il viaggio morì fulminato. Tanta strada a piedi, in mezzo alle campagna, vivendo della carità di qualche buon contadino. E anche lì, c’era chi, non più abituato nutrirsi regolarmente, moriva perché mangiava troppo.

Poi il ritorno, finalmente. E quel vizio di raccogliere  con le mani, ad ogni pasto, le briciole di pane e di mangiarle, perché ha sempre ricordato la fame patita. E i tremori notturni, che lo hanno accompagnato fino alla fine. Questa era la guerra, e non dobbiamo dimenticarcene.

Vedi, papà, che non ho dimenticato niente nemmeno io?

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4 risposte a Il 25 aprile e i campi di lavoro

  1. antonellavi scrive:

    Povero tuo papà e poveri tutti coloro che erano sottoposti a queste umiliazioni. Quanta tragedia in quegli animi. Ti abbraccio Annamaria.

    ps ero passata a premiarti. Passi da me?

    • WonderNonna scrive:

      Grazie Antonella, il mio papà ne parlava sempre. Credo che la cicatrice fosse grande…

      Passo a vedere, subito!! Grazie!

  2. Mamma Piky scrive:

    Veramente commuovente e ricco di insegnamento, questo tuo racconto. Solo chi ha vissuto sa e può capire. A noi il dovere di non dimenticare e di dare valore a quello che hanno passato ed alle date che lo ricordano.
    Quando ho delle giornate giù, un po’ nere, dove non mi sembra non vedere la via di uscita, penso proprio ai miei nonni ed ai loro racconti e mi dico che se ce l’hanno fatta loro, ce la faremo anche noi o per lo meno dobbiamo provarci mettendocela tutta.

    • WonderNonna scrive:

      Sì, dobbiamo provarci, anche se è dura. Loro non avevano la vita agiata che abbiamo noi oggi, e per noi è più difficile. Vivevano di cose essenziale, il loro sogno era avere un lavoro e una famiglia. Noi sognamo cose diverse: l’Iphone ultimo modello, la vacanza tropicale… e sembra che se non abbiamo queste cose, non siamo felici. Almeno, alcuni di noi.
      Ma siamo brave, vero? Ognuno di noi insegna ai propri figli, ai propri nipoti quali sono i valori veri della vita. Che non hanno niente a che fare con quelli che la tv, la pubblicità e i media in genere ci propinano.
      E’ questa la nostra carta vincente.

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