Coraggio, mamme lavoratrici…

Il ritorno di mia figlia al lavoro è stato abbastanza traumatico. Me lo ricordo bene.

 

Ci sono tante storie simili, io racconto quella che so. Ma potrebbe essere di una qualsiasi lettrice.

Da lunedì  Isabel starà con me, Leonardo va alla scuola materna e la mamma torna al lavoro.

Non ci sono buone premesse per il rientro. Non si perdona un secondo figlio, se sei una mamma che lavora.

Mia figlia è responsabile di settore di una grossa azienda. Ha lavorato sodo per arrivare fin lì. Ha sacrificato anche la vita privata a volte, prima di diventare mamma. Il lavoro è sempre stato importante per lei, ci si è appassionata, è stata intelligente nelle scelte e ha portato un piccolo valore aggiunto all’azienda, come tutti i lavoratori seri e onesti. Viaggiava spesso, per lavoro. Magari alzandosi alle cinque per poter andare a Palermo e tornare in giornata, facendo risparmiare all’azienda costi aggiuntivi come albergo e pasti.

Questo per chiarire che non ha “tirato a campà”, come si dice. E non ha fatto nemmeno il calcolo “Mi sacrifico ora, che quando poi avrò figli posso tirare i remi in barca”, perché di figli non se ne parlava. E devo dire che l’azienda le ha dato una buona opportunità, pur con l’aggravante di essere una delle poche donne  in un mondo maschile.

Ma non le hanno perdonato i figli. Quando ha annunciato di aspettare Leonardo, l’aria intorno a lei si è raggelata. Ma hanno ingoiato il rospo, l’hanno lusingata e lei è tornata al lavoro subito dopo lo svezzamento. Non era più l’atmosfera di prima, ma ci si è adattata e ha ricominciato da capo. Leonardo è stato affidato a me, da quel punto di vista era tranquilla. Certo, le mancava il suo cucciolo, ma all’inizio faceva l’orario ridotto e il distacco era meno pesante. Poi, con la ripresa del tempo pieno è stato difficile, perché era complicato rispettare gli orari d’ufficio e  contemporaneamente fare la mamma.

E’ la storia di tutte le mamme lavoratrici, quello di mia figlia è solo uno dei tanti casi. Lavorare è una necessità, oltre che essere una delle strade per la realizzazione personale. E se hai un figlio è più difficile, questa realizzazione. Ma se ti viene in mente di averne un altro, di figlio, allora sei proprio tonta. Non contare sulla comprensione di nessuno, non chiedere il part time, non pensare di poter usufruire di permessi se uno dei tuoi piccoli non sta bene. Questa è la realtà, a volte camuffata da sorrisini e cenni di assenso. Se poi la tua posizione prevede anche un minimo di responsabilità, allora, al colloquio per il rientro dalla maternità ti senti dire “Ora bisogna decidere se stare dalla parte dell’azienda o dei  ci a doppia zeta o propri”. Il che taglia la testa al toro.

Certo, è una scelta. Puoi decidere di parlare chiaro e chiedere di cambiare mansione, sperando in un part time almeno fin quando i cuccioli son piccoli, poi si vedrà. Il rischio è che il tuo cambio di mansione non sia temporaneo, ma definitivo. Oppure puoi decidere di vedere i tuoi figli dalle otto di sera, magari, o di non vederli per un giorno o due, per esigenze di lavoro. E perderti parte della loro crescita.

Ci sono passata anch’io, ovviamente. Non avevo posti di responsabilità ma sono stata una mamma lavoratrice che ha affidato alla nonna la sua piccola, con una stretta al cuore. E mi sono persa tante cose di lei, troppe. Parlo per me, ovviamente: non ne valeva la pena. Ma ognuno è libero di scegliere quel che preferisce o quel che deve.

Ci sono mamme che stringono i denti, che ingoiano un sottile mobbing perché non hanno scelta. Di questi tempi non ci si può permettere di cambiare lavoro, di lavorare part time solo per un periodo. Tanti giovani sono senza lavoro, c’è subito chi – se rinunci – è pronto a prendere il tuo posto.

Ora, voglio chiarire che per onestà mi metto anche dalla parte dell’azienda: una donna in maternità rimane a casa in media un anno. E l’azienda deve pur tirare avanti in quest’anno, quindi deve fare sostituzioni.

Però i figli non sono solo della mamma, sono di entrambi i genitori. E sono il nostro futuro, non si può prescindere da loro. Lavoriamo per il futuro, no?  Aggiungo che anche i direttori aziendali, i proprietari, gli uomini in generale sono anche papà, dovrebbero capire.

Quindi, non sto a dire che la maternità andrebbe equamente divisa tra i genitori, sto dicendo che – per il bene della società – ci vorrebbe maggiore comprensione e flessibilità.

Alla fine, una mamma che torna in azienda (perché non ha scelta) scontenta, in un ambiente ostico non è certo la lavoratrice ideale, no? 

I figli li fanno le donne, ma con gli uomini, e non è giusto che debbano essere penalizzate.

 

 

 

 

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2 risposte a Coraggio, mamme lavoratrici…

  1. Mamma Piky scrive:

    Vuoi sentire la mia? Ho avuto il primo figlio tre anni fa, ho lavorato fino al giorno prima del parto, le contrazioni sono iniziate alle sei di pomeriggio in ufficio, sono tornata a lavorare 40 giorni dopo, con acrobazie impensabili ed anche ” contro la legge” se vogliamo. Nonostante tutto ho allattato al seno per venti mesi e al lavoro ho dato tutto l’impegno possibile: il mio incarico li dentro, era solo mio, non potevo “abbandonarli”. Oggi sono all’ottavo mese di gravidanza, da qualche giorno non lavoro più, sono in maternità ma so già che non potrò rientrare a settembre….come sia potuto succedere non lo so, so solo che il secondo figlio non te lo perdona nessuno…come hai detto tu.

    • WonderNonna scrive:

      Già, aggiungici che sono tempi duri e avrai il quadro completo.
      Augurissimi per il tuo secondo figlio e… goditelo!

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