La violenza mi fa paura

violenzaPur avendo un carattere bizzoso (a esser buoni), sono docile. Lo dico perché il mio senso della giustizia mi porta spesso a difendere estranei, figurarsi la mia famiglia. Non sono ovviamente una persona violenta, solo vivace e mi fermo assolutamente sempre alle parole.

Ma oggi mi ritrovo ad aver paura. Vera e propria paura, disagio, sono diventata insicura. Non tanto per me che sono oramai in un’età in cui lo scontro fisico è lontano mille miglia dalla mia mente, quanto per i miei cari.

Oggi è difficile anche avere una semplice discussione, è complicato portare avanti le proprie ragioni perché non sai mai chi hai di fronte: basta leggere la cronaca. Non puoi dire che quel parcheggio l’hai visto prima tu, che avevi già la freccia per entrarci, perché quel che scende dalla macchina è già alterato, e magari anche pieno di cattive intenzioni. Non puoi discutere sulla fila dal medico, in posta, dal panettiere perché ti saltano addosso. Oggi sbucano coltelli o spranghe per un litigio stupido.

E’ questo che mi fa paura, anche se so perfettamente che non è giusto ingoiare, sempre. Temo per i miei nipoti, che sono educati a portare rispetto ma anche a portare avanti le loro ragioni, pacatamente. Leonardo ha otto anni: tempo qualche anno e andrà a scuola da solo, non si può pensare di accompagnarlo in eterno. E visto il suo carattere docile e la scarsa fisicità, mi chiedo se non sarà vittima di qualche bullo. O addirittura (non si può mai dire nella vita!) se magari si aggregherà a qualche brutta compagnia. Per carità, so che ha dei genitori attenti cui non sfugge niente. Ma i nostri bambini fuori sono spesso diversi, rispetto a come si comportano in casa: l’ho detto mille volte.

E non parliamo di Isabel che, va bene, ha solo cinque anni. Ma l’anno prossimo andrà a scuola. Temo anche qui che qualche bambino violento la prenda di mira e le renda la vita difficile. Perché mi sono accorta che ce ne sono sempre di più di bambini violenti.

Insomma, ho paura: vorrei poter proteggere i miei nipoti fino alla maggiore età e ben oltre (!), ma non si può, purtroppo.

Ho ovviamente timori anche per i loro genitori, perché sono – a mio parere – troppo buoni, troppo “aperti” e sempre disposti a pensar bene di chiunque. Sembra una qualità, e non ho il coraggio di dir loro che bisogna sì avere fiducia nel prossimo, ma essere sempre prudenti. Ora, sembra che stia parlando di due ingenuotti… no no, parlo di persone intelligenti, non stupide. Ma sempre disposte a pensar bene. Ma  a volte a pensar male ci si prende…

C’è troppa violenza in giro, troppa cattiveria, poco senso morale. E non va bene, per niente.

La violenza mi fa paura.

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Mamma, mammaaa, mammaaaaaaaa!

mammaNon so voi, noi nonni quando andiamo a far visita ai nipoti ci dedichiamo a loro, sì, ma in realtà è anche un modo per vedere la loro mamma e il loro papà, scambiare due chiacchiere, raccontare o sentire le novità.  Questo nelle intenzioni.

Di solito succede che si va a prendere i piccoli all’asilo e a scuola, magari – con il bel tempo – si sta fuori un po’ per far scatenare i bambini, magari al parco (o a un’attività sportiva) e poi si rientra a casa. Ora, uno dice: otto ore di scuola (poco meno di asilo) dense di attività, più un paio d’ore al parco a correre e giocare… sti ragazzini saranno un po’ stanchi, avranno voglia di starsene un po’ per i fatti loro, guarderanno mezz’ora di tv, giusto? Così i grandi fanno le due famose chiacchiere mentre si allestisce la cena. Perché poi a cena c’è il rituale del “raccontami la tua giornata”, sacrosanto.

E invece no. Appena messo piede in casa  “mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa” urla uno “puoi venire un attimo?”. Emergenza? Ma no, è che lui è in bagno e gli viene in mente che ha un avviso sul diario che prima aveva scordato. Nel frattempo la piccola non è da meno “mammaaaaaaaaaa, mi prude un piede!”. Così mia figlia molla la zucchina che sta tagliando e corre prima da uno poi dall’altra. Emergenza finita? Ma dai…

Il meglio lo danno quando squilla il cellulare. In quel momento le richieste diventano pressanti “Mamma, posso una caramella? Eh? Posso?” fino allo sfinimento “Mamma, Leo mi fa i dispetti” “Non è veroooo mamma” tuona l’altro, sgambettandola (ma per scherzo, dice lui), “mammaaaa, posso usare il tablet? Isa sta guardando il tuo”. E via dicendo.

Insomma, la parola più bella del mondo viene ripetuta dalle 800 alle 1300 volte a ora, a cadenza sempre più frequente, a seconda delle richieste e del momento. Se stai pelando le patate, meno. Ma se stai scolando la pasta, stai pur certo che ci si mettono in coro a dire “mammaaaa”. Così non c’è verso che gli adulti emettano una frase compiuta. Il più delle volte è un “Sai mamma, volevo chiederti…” e finisce lì. Oppure tu è mezz’ora che tenti di raccontare a tua figlia un fatto, ma niente da fare, le interruzioni sono così frequenti che ci si dimentica di completare il discorso, sempre. Per poi dire “ma non te l’ho detto?” no… hai tentato di dirmelo ma non ce l’abbiamo fatta.

Se i piccoli vengono a casa mia non cambia niente. Solo che al posto di “mamma” c’è un continuo ripetere “nonnaaaaaaaaaaa”.

Mia figlia era una gran chiacchierona da piccola. Però, sarà perché è figlia unica, aveva meno esigenze di chiamare. Ero lì, era sempre attaccata a me, non c’era nessun bisogno di chiamare. Ma in compenso aveva sempre da dire qualcosa, quindi era difficile fare altro in sua presenza. In realtà quando ha cominciato ad andare alle elementari ho scoperto un trucchetto: le dicevo “aiutami, per favore” e così, preparando la tavola o aiutandomi a stendere il bucato, la tenevo impegnata e lei era contenta.

Io, da parte mia, non chiamavo mai mia mamma se non per cose urgentissime e inderogabili. Più che altro chiedevo il permesso di uscire a giocare ma poi sparivo e chi s’è visto s’è visto. Non si osava chiamare la mamma se non per fondati motivi.

Oggi, non so perché, o forse sì (l’estrema confidenza con i genitori) ma è tutto un chiamare, un chiedere. Eppure l’attenzione dei genitori ce l’hanno in abbondanza, nessuno dice a un bambino che chiama “Allora? La smetti di chiamarmi?”. Le richieste vengono via via ascoltate ed esaudite, il più delle volte.  Ma sembra che i bambini non stiano bene se non chiamano mamma tremila volte al giorno.

Certo, è una gioia sentirli cinguettare di continuo, per carità. Solo che quando vanno a letto tiri un  gran sospiro di sollievo e le tue orecchie smettono di chiedere pietà. O no?

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I bambini crescono, non c’è tempo da perdere

TEMPODite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inchinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.

Janusz Korczak Poeta, medico, educatore morto a Treblinka

 

Questo famoso brano è sempre stato un’ispirazione, per me. Perché non è facile avere a che fare con i bambini, capirli, aiutarli a crescere. In più  – rubo un’altra frase a Korczak – “il bambino pensa con il sentimento, non con l’intelletto”.

A voi capita mai di svegliarvi una mattina e dire “non c’ho voglia, sono stanca, non voglio andare a lavorare”? A me capitava spesso, e mi chiedo perché non dovrebbe capitare a un bambino. A volte l’idea di ritrovare la collega antipatica, una pigna di lavori noiosi, il traffico e via discorrendo mi sembrava insopportabile. Perché un bambino dovrebbe essere diverso? Ricordiamoci che da loro pretendiamo il massimo (con cortesia, ma glielo chiediamo), che magari ha litigato con l’amichetto, che teme un po’ la maestra, o chissà che altro. Disagi da bambini, insomma.

Ora, prima di continuare questo discorso chiariamo che a) non sono una psicologa b) non c’è bambino al mondo, nemmeno quello più diligente, che ogni tanto non abbia voglia di andare a scuola. Punto.

Ma qualche volta i motivi sono veri. Capita, non c’è niente di male. “Mamma, oggi non ho voglia di andare a scuola. Sono stanco, ho mal di pancia”. Già, capita anche di inventarsi dei doloretti. O di credere di sentirli. E’ chiaro che per prima cosa bisogna appurare che non ci sia un effettivo malessere fisico, ma poi?  Ed è qui che entrano in ballo gli adulti, i genitori, che son lì apposta per aiutare a capire. Perché, ragazzi, crescere non è mica uno scherzo. E’ faticosissimo.

E allora, per dare una mano a risolvere questi problemi bisogna proprio fare uno sforzo, ed “elevarsi” alla loro altezza. Lo facciamo tutti? Mah… a volte ho dei dubbi. Io le vedo, certe mamme, che corrono di qua e di là, cercano di fare mille cose (e  di farle bene, come se fosse facile). Tendono un orecchio, rispondono ai bambini quando chiamano ma hanno il cellulare in mano, rispondono nel frattempo a un what’sapp dell’amica e dicono “ti ascolto eh, parla”. Ecco, quelle mamme lì, secondo il mio modesto parere, sbagliano. Io mi offenderei se mentre devo dire una cosa (non importa se importante o no) l’altro smanetta con il telefono o lava i vetri o prepara il minestrone.

Mi metto nei panni di un bambino, che – ripeto la frase sopra – ragiona con il sentimento e non con l’intelletto. Se mamma ha altro da fare, vuol dire che l’altra cosa è più importante. Io e voi sappiamo che non è così, che possiamo fare due cose insieme. Ma lui/lei, lo sa?

Se io fossi un bambino e avessi qualcosa da dire alla mamma vorrei dirgliela mentre mi abbraccia (vale fino ai 18 anni, poi basta), mentre tutta, e dico tutta, la sua attenzione è per me, per il MIO di problema.

E non dite che non avete tempo, perché per i propri figli bisogna trovarlo.

Ecco, la mia raccomandazione di oggi è questa: fermiamoci, abbiamo tutto il tempo per il resto del mondo.

Nel frattempo nostro figlio cresce, e non c’è – invece – tempo da perdere.

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