Fasioi in tecia

Oggi voglio proporvi una ricetta insolita. O meglio, non insolita, ma la ricetta della mia famiglia. Ho guardato e riguardato altre ricette di questi “fasioi in tecia” ma no, non ce n’è una uguale, quindi vi propongo la mia.

I fagioli, come ben sapete, sono un ottimo sostituto della carne e sono un piatto povero. D’inverno, a casa mia, si pulivano i fagioli secchi dagli scarti (sassolini, rametti) si lavavano e si mettevano a bagno,  in modo da poterli cucinare il giorno dopo. E io ne ero strafelice, perché adoro questo piatto, che va servito in mille modi. La “morte sua” è con la polenta abbrustolita, ma se volete servire un insolito antipasto, basta spalmarli sul pane tostato o sui crostini di polenta. Affiancatela alla salsa guacamole, se vi piace, così potete intingere le tortillas, o i crackers. Vi avviso, crea dipendenza!

Ingredienti x 6-8 persone

  • 500 gr di borlotti secchi
  • un rametto di rosmarino
  • 4 spicchi d’aglio
  • olio una tazzina
  • sale
  • pepe

Mettete a pure-di-fagiolibagno i fagioli la sera prima, per circa 10 ore. Scolateli, metteteli in una pentola d’acqua fredda che li copra abbondantemente e fateli lessare con il rametto di rosmarino per 90 minuti circa. Mezz’ora prima di spegnere il fuoco, salate a piacere

Quando sono cotti spegnete il fuoco e a parte fate soffriggere in una padella capiente gli spicchi d’aglio nell’olio fino a rosolarli. NON toglieteli. Passate con il passaverdura a fori larghi (la consistenza del fagiolo si deve sentire) i fagioli lessati, prendendoli con un mestolo forato. Aggiungete ogni tanto mezzo mestolo del brodo dei faglioli stessi e uniteli al soffritto di aglio e mescolate per una decina di minuti . La consistenza deve essere quella di un purè morbido. Aggiustate di sale se serve, una grattatina di pepe non ci sta male.

Il problema è l’aglio, che dovrete togliere man mano che mangiate i fagioli, perché bisogna lasciarlo lì, ad insaporire il piatto

Ed ora sbizzarritevi: potete usarli come un normale contorno (con un petto di pollo alla griglia, con del formaggio o come ho detto prima con la polenta).

Buon appetito.

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Il viaggio dei ricordi

CHIOGGIAUn viaggio nella mia terra. Quante volte l’ho immaginato, l’ho quasi programmato, l’ho desiderato. Poi il tempo passa. Tanto, tanto tempo. E ci fai un salto, in quella terra, perché c’è un funerale al quale non puoi mancare, ma non è il paesaggio che vedi. E’ una toccata e fuga, che lascia l’amaro in bocca.

E così il viaggio nella mia terra ha atteso trent’anni. Trenta. Sono una vita intera. Ero così indecisa, alla fine. Non so se volevo davvero incontrare cugini che non vedevo da così tanti anni, con una vita di cui non sapevo granché, con figli oramai adulti  o piccini ma mai visti.

Mi facevo domande a cui mi rispondevo da sola: “chi è quella signora anziana?” “una zia di Milano”. Ecco, non mi sentivo zia anziana, ma è chiaro che i bimbi non mentono. Però la voglia di tornare a far parte delle loro vite, di chi ha pressappoco la mia età e di chi è molto, ma molto più giovane mi è venuta.

Li voglio conoscere questi cuginetti nuovi, voglio rivedere i loro padri e le loro madri, che sono i parenti più cari che ho e che per una serie di circostanze non vedevo davvero da trent’anni.

E così ho deciso che bisognava affrontare un viaggio della memoria. Quando l’ho detto a mia figlia, ha detto “Ci vengo anch’io!!!” perché è – in parte – anche la sua terra. Ci ha trascorso tante estati, da piccola, con i nonni. Voleva anche lei rivedere luoghi e persone. E allora partiamo, ho detto.

Detto fatto. Mio genero poi, non aveva mai visto Venezia. Ci sta anche un giorno a Venezia? Sì che ci sta, basta organizzarsi.

Telefono a mio cugino Lucio e dico “guarda che arriviamo”, e lui raduna tutte le famiglie dei suoi fratelli e delle sue sorelle annunciando il mio arrivo. Domenica è dedicato a questo grande incontro. Sabato si va tutti a Venezia, con il percorso più caratteristico: si parte da Chioggia in vaporetto e ci si gode Venezia anche dal mare. Inutile parlare della visita alla città: chi non l’ha mai vista non ha parole. Però è meglio non chiedere “ti piace Venezia?” ai bambini, perché può essere che – come Leonardo – ti senti dire “Ma nonna! Non mi piace per niente è tutta diroccata!”.

Abbiamo fatto un tour dei ricordi, siamo tornati in paesi che non vedevamo da secoli, riconoscendo case, luoghi, parlando con le persone.

E poi la domenica. Non mi trucco, come sempre, perché voglio che mi vedano come sono nella vita di tutti i giorni. Vengo accolta perfino dai fiori, portati nelle manine quattrenni  del più piccolo dei miei bis-cuginetti e che mi ha fatto venire un nodo alla gola quando ha detto “Benvenuta”. Baci, abbracci, sorrisi.

E quando non vedi qualcuno da tanti anni cosa fai? Guardi i suoi occhi. Negli occhi c’è tutta la vita, la sofferenza, la pace. Ho visto occhi felici, occhi che mi hanno trasmesso la tranquillità interiore che c’è dietro. Non ho guardato com’erano vestite le donne, non saprei dire niente su trucchi, borsette, scarpe, che noi donne guardiamo, diciamocelo. Ma saprei dire tante cose sugli sguardi sorridenti, limpidi. O su due occhi cupi, sfuggenti, che mi hanno procurato una fitta, occhi che mi hanno solo sfiorata, non guardata.

Ho conosciuto mogli che non avevo mai visto, bambini bellissimi, adolescenti per bene, giovanotti seri e gentili, perché  “tirati su bene”, alla vecchia maniera, e non mi aspettavo niente di meno: la famiglia la conosco, so che – come nella mia – non si sgarra.

Ci sono stati i racconti, le risate, i ricordi, e anche i ragazzi ridevano e non si sono annoiati perché è interessante sentir raccontare le marachelle di papà quand’era giovane.

Mi chiedo perché ho aspettato tanto tempo, perché mi sono negata una gioia simile. E non volevo venir via, volevo stare ancora lì, in loro compagnia. E mia figlia come me, ha detto “Oh mamma, come mi dispiace tornare a casa…”. Lo so, lo so… è stato troppo bello.

So che devo tutto a mio cugino Lucio, che ha organizzato ogni minuto. Ma il risultato è andato oltre l’immaginazione. Sono stata bene come non stavo da mesi. E’ stata una cura dell’anima, che non dimenticherò mai.

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Una vita, due vite

LUCEQuesto è un racconto di fine estate, di una domenica pomeriggio afosa e nuvolosa. E’ una storia che sento di dover raccontare perché sono grata al destino di averla potuta ascoltare e di aver conosciuto la persona straordinaria che me l’ha raccontata.

Oggi ho incontrato Angelo, era tanto che non lo vedevo. Ma avevo parlato di lui recentemente a due persone conosciute da poco.

E’ strano come la vita ti faccia incontrare individui  tanto diversi eppure così simili, che usano le stesse parole, hanno lo stesso sguardo, le stesse lacrime che pungono gli occhi.

La persona che mi ha regalato un racconto straordinario è lui stesso una persona straordinaria. Ha un lavoro di grande responsabilità, una famiglia, era in vacanza e non so come siamo arrivati a “quel” racconto. Un’esperienza così intima che non si può raccontare senza guardarsi nel profondo degli occhi, senza mettersi a nudo, e non importa se intorno hai gli ombrelloni, la sabbia, i bambini che ridono e il sole che brucia la pelle. Perché è uno di quei racconti che ti inghiotte, che ti estranea, ti proietta su Marte. No, forse non era Marte, era un altro pianeta, un’altra dimensione.

Soprattutto quando si è giovani, non si pensa di poter morire. Invece a volte la morte è a un passo da noi e ci sfiora. Basta un incidente, e ci si ritrova in ospedale, in fin di vita. Dicono alla famiglia che non c’è niente da fare, il trauma alla testa è così grave che perfino il vicino di letto della sala rianimazione, allo stadio finale per un tumore al cervello, ha più possibilità.

Ho i brividi, quando sento queste parole, perché la persona che me lo racconta è davanti a me, parla di se stesso, sta bene, anche se la voce trema un po’.

Steso sul letto, in coma, inizia a parlare. Vuole cinquemila lire “per passare il fiume”. Chiede insistentemente  quella cifra. Scaccio via la Divina Commedia e ascolto senza fiatare.

Chi gli è accanto gli parla, e lui dal coma risponde. Vede una grande luce, una figura di luce che si avvicina e lo dice. “Com’è questa figura?” gli chiedono e lui risponde “Ma non la vedi?” no, non la vede nessuno. “Descrivila” chiedono ancora e lui risponde “Non posso, non ci riesco, so che è una persona ma è impossibile descriverla”.

Angelo, l’amico che ho incontrato oggi, mi ha raccontato tanti anni fa la stessa esperienza. Anche lui vittima di un incidente gravissimo,  vedeva dall’alto il suo corpo, sentiva le parole (quando si è svegliato dal coma gli è stato confermato quanto aveva ascoltato), vedeva una gran luce da cui si sentiva attratto.

Angelo quando si è svegliato ricordava tutto. Il suo corpo porterà per sempre i segni di quel terribile incidente, è stato fortunato.

Ma la persona che solo qualche giorno fa mi ha raccontato la sua, di esperienza, è uscita indenne. Non ha un segno, una cicatrice, un trauma, nulla.

Alla fine del racconto ho pianto con lui, con il cuore stretto dalla compassione, dalla gioia, esattamente la stessa reazione avuta anni fa al racconto di Angelo.

Io credo nei miracoli e forse in questo caso più che mai, perché perfino i medici si sono stupiti. Ma non sono i segni del corpo che fanno la differenza, sono i segni che queste esperienze lasciano nell’anima.

Non puoi e non devi essere più la stessa persona, dopo. Perché è un “dopo”, questa nuova vita. E’ una seconda opportunità, per ricominciare da capo, per apprezzare le piccole cose, quello che hai. E’ una bilancia con cui devi sempre fare i conti perché se qualcosa ti è tolto, tanto ti è stato dato.

Non so se ho usato le parole giuste, in questa occasione, non me lo ricordo nemmeno. Quel che so è che sono infinitamente grata per avermi reso partecipe. E’ un’esperienza che non dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai chi me l’ha raccontata.

Grazie, semplicemente.

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