Le vacanze (parte prima)

migrantiEccomi di nuovo a casa, vacanze finite. Sono successe tante cose in questo periodo, alcune belle, altre davvero brutte. Com’è nella mia indole, comincio da quelle brutte.

Sono partita senza tablet, con il solo cellulare che mi consentiva, volendo, di restare in contatto con gli amici di Fb. In realtà volevo staccare proprio da tutto, almeno per qualche settimana. Ma, si sa, la curiosità è femmina e dopo un paio di giorni sono andata a curiosare. E avrei preferito non farlo. Ho scoperto che è morto un amico, giovane, così, d’infarto, lasciando la moglie e la figlia distrutte. Ci eravamo conosciuti durante una vacanza  a Djierba, anni fa ed è nata subito una grande simpatia, tanto che siamo rimasti in contatto e ci siamo anche rivisti. Matteo era un ragazzone di una simpatia contagiosa, lui e mio marito durante quella vacanza han fatto di tutto e di più e quando ci siamo rivisti abbiamo riso al ricordo. Ora non so immaginare Gianna e Giorgia senza di lui, è stato un gran dolore anche per noi. So che Gianna ce la farà, è una donna fortissima e ha una figlia da tirar grande. Voglio mandarle ancora un abbraccio, anche da qui.

Poi, uno spavento e un disagio che è continuato per qualche giorno. Abbiamo, da quando è possibile, l’abitudine di pranzare in spiaggia. Lo chalet ha l’ingresso dalla strada e, attraversando il bar e il porticato, dà accesso alla spiaggia.. Da qualche notte facevo uno strano sogno: complice la situazione attuale, immaginavo un gruppo di terroristi arrivare dal mare armati e fare una strage. Un giorno, d’improvviso, all’ora di pranzo, vedo comparire dal bar un gruppo di immigrati, una dozzina almeno, con un’aria arrabbiata, quasi feroce, che rapidamente ci guarda ma non si ferma, procede verso la spiaggia. Aveva tutta l’aria di essere una ricognizione.  La prima cosa che ho fatto è stato guardare se erano armati (sì, lo so, non ridete) ma mi sono poi resa conto che se lo fossero stati, non sarei qui a raccontarlo.  Il gruppo procede verso la spiaggia, guardandosi intorno, si ferma in riva al mare, parlotta e poi si divide. Ammetto di essermi spaventata, e ne parlo con la ragazza che gestisce il bar, invitandola a chiamare la polizia, così, per un controllo. La ragazza ne parla con la proprietaria, ma effettivamente il gruppo non ha fatto niente, che senso ha chiamare la polizia? C’è da dire che a Milano vedo tantissimi immigrati provenienti da un centro di accoglienza non lontano da casa. Non ho mai avuto paura, sono tranquilli, hanno l’aria sperduta. Questi no, questi avevano un aspetto… feroce, direi. Erano sicuramente arrabbiati, nervosi.

Ne parlo con le amiche e tutte mi dicono “domani pranza in albergo!” ma io  ho rifiutato. Come mi sarei sentita se fosse successo qualcosa? Passano un paio di giorni e a Nizza succede quel che succede. Conosciamo alcune persone che hanno una casa lì e scattano messaggi in cui chiediamo notizie. Tutto bene, per fortuna, almeno per i nostri amici e conoscenti. Ma gli 84 morti ci sono.

Noto che anche da noi i controlli della polizia si intensificano, che girano più auto di Carabinieri e Polizia municipale. Penso ancora all’episodio in spiaggia e non sono tranquilla tanto che, una sera, si ferma un’auto dei Carabinieri e prendo una decisione, nonostante il parere contrario della mia famiglia. Vado spedita verso l’auto e spiego al carabiniere quanto è successo, e dico anche che ormai è passato qualche giorno..

Il carabiniere non solo non mi ha affatto preso in giro ma mi ha invitato a chiamare il 113 in caso fosse successo di nuovo. “Noi contiamo sull’aiuto dei cittadini, signora. Se aveste chiamato saremmo arrivati e avremmo controllato i documenti, li avremmo fermati. Noi non possiamo essere ovunque e ogni segnalazione, anche se il più delle volte non porta a niente, è preziosa”.  Mi sono sentita più tranquilla: quel che potevo fare l’avevo fatto, poi tutto è destino.

Ecco, queste  sono le cose brutte. Nel prossimo post parlerò delle cose belle.

 

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Videogiochi pericolosi

VIDEOGIOCHIIeri ho passato il pomeriggio con i nipoti. Siamo passati dal guardare TUTTI i disegni che ha fatto Isabel all’asilo al giocare alla maestra e allievi, dove le allieve un po’ ribelli eravamo io e Isabel e Leonardo ha fatto il maestro. Ma a un certo punto Leonardo mi dice “Sai nonna quel gioco che ti dicevo l’altra volta? (nego di ricordarlo, ma vabbè) Ho superato il livello e sono entrato nel clan. Dopo posso usare il tablet per dirlo ai miei amici?”. Mi immobilizzo, corrugo la fronte e peso ogni parola che ha detto.

Cominciamo con il dire che Leo mi informa sempre dei suoi progressi nei giochi. Tempo fa ho dovuto imparare a giocare a Hungry Bird s per gareggiare con lui, per dire. E non mi è nemmeno dispiaciuto, trovo che sia stato un modo come un altro per condividere qualcosa. Fatto sta che sono diventata la sua amica di videogiochi, o almeno questo è quello di cui è convinto Leonardo.

Ma stavolta c’erano due notizie, ed entrambe erano inquietanti. Premettiamo che Leonardo NON PUO’ scaricare giochi da Internet. Il codice ce l’anno mamma e papà, com’è giusto che sia. Lui chiede di scaricare un gioco e mamma e papà controllano e lo fanno. E finora è sempre andata bene. Può giocare mezz’ora al giorno.

Ma la parola clan e il fatto che ci dovesse essere una chat, mi hanno messo in allarme. Chiedo a Leo di dirmi che tipo di clan è e cosa vuol dire dirlo agli amici attraverso il tablet. Il gioco di cui parliamo è uno di strategia, uno di quelli dove semini, raccogli soldi, compri terreni e combatti chi te li vuol fregare.

“Allora nonna, ti faccio vedere. Ho superato il livello 10, e ora posso entrare nel clan”. Chiedo chi fa parte del clan e scopro che ci sono due suoi compagni di classe e due fratelli dei medesimi. Chiedo anche di mostrarmi la chat e scopro che sì, è vero, c’è una chat riservata ai membri del clan.. E’ ovvio che chiunque può entrare a far parte del clan. E quindi chiunque può scrivere e comunicare  e la cosa mi mette in allarme, tanto che quando tornano mamma e papà lo comunico. Leo ovviamente non ci vede niente di male, sono i suoi compagni! Ma il pericolo di infiltrazioni esterne c’è, eccome. Mamma e papà non sapevano nulla, d’altra parte Leo in questo clan ci era entrato il giorno precedente e aveva scritto la sua prima frase mezz’ora prima.

Non è facile spiegare a un bambino di sette anni quali sono i pericoli. Non si può spiegare cosa sia la pedofilia, ci si limita a dire che ci sono persone “cattive” che possono entrare e chiedere informazioni, che dietro lo schermo ci si può fingere bambini, ma non esserlo.

C’è voluta una pazienza infinita da parte del papà, che ha citato mille esempi, che ha ricordato perfino che per gli attacchi terroristici di Parigi c’erano persone che usavano proprio le chat dei giochi per non farsi scoprire. E alla fine l’annuncio, dopo essersi assicurato che Leonardo avesse ben capito. “Puoi continuare a giocare Leonardo, ma preferisco che tu esca dal clan e che non usi la chat. E in casi come questo, devi sempre avvisarci Leo, è una cosa seria e pericolosa”.

Non so se abbia ben capito, credo abbia però compreso che ci sono videogiochi pericolosi. Ha accettato di uscire dal clan e ha fatto scrivere nella chat “Devo uscire dal clan, mio papà non vuole che rimanga dentro. Ciao a tutti!”. Un’ora prima aveva scritto le sue prime parole in questa chat “Ciaooo, sono nel clan!”.

Ora mamma e papà sanno che dovranno, ogni volta che scaricano un gioco, controllare anche questo: la possibilità di entrare in clan e soprattutto se c’è  una chat. Nel qual caso, il gioco verrà inibito.

Ora mi chiedo: i due compagni di Leo, sette anni, come hanno fatto a scoprire che ci sono i clan? Come hanno scoperto la chat? Li hanno aiutati i fratelli, che hanno chattato pure loro? Magari sono più grandi? Nella chat compaiono questi fratelli, che si presentano, ma nella lista dei membri del clan non ci sono. Questo vuol dire che chiunque può entrare, suppongo.

Lo so che non si può proibire del tutto a un bambino di giocare con il tablet, ma dai pupazzetti che saltano ora siamo passati ai giochi di strategia, e i pericoli sono maggiori. Serve tanto, tanto controllo..

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Un angolo tutto mio

sognareHo sempre avuto l’esigenza di avere un angolo tutto mio. Da bambina, da adolescente e da ragazza abitavo in una casa piccola, solo due stanze. Era difficile trovare un posto dove poter dare libero sfogo ai pensieri, anche se eravamo solo in tre. Alla fine, vista anche l’esigenza di fare i compiti in pace e complice il fatto che la camera da letto dei miei era grande, ebbi una piccola scrivania, che diventò il mio mondo.

Lì scrivevo poesie, ascoltavo musica romantica, sognavo, scrivevo racconti. La voglia di scrivere l’ho avuta fin da piccola, ero brava in italiano. Ricordo ancora con vergogna quante volte, a  scuola, facevo “il miglior tema” e mi accompagnavano in tutte le classi per leggerlo. Sì, nei temi ero brava, ma le mie poesie e i miei racconti erano molto mediocri, tanto che – quando li ho ritrovati dopo anni – li ho buttati nel cestino senza sensi di colpa.

Oggi ho una casa più grande, ma la necessità di avere un angolo tutto mio non è passata, anzi. Ho bisogno di stare a pensare, di farmi dei discorsi (sì, proprio così), di sognare, di rivivere situazioni e magari di immaginare un finale diverso. Ho bisogno di poche cose: il mio pc, un po’ di silenzio e di lasciarmi andare.

Siccome sarebbe un po’ strano vedermi lì imbambolata, apro il pc e gioco a uno di quei giochini automatici e gratuiti, come il bingo. Non si vincono soldi, solo gettoni utili per giocare ancora., Non c’è bisogno di attenzione, tutt’altro. Segno i numeri e intanto penso che nel pomeriggio vedrò i bambini, che devo preparare la minestra per la sera, che al telefono mia figlia è stata nervosa e non ho saputo aiutarla, se non lasciandola sfogare. Penso a quello che mi han detto i nipoti (“Nonna, ma io ti manco sempre!” oppure “Ma nonna, i disegni vecchi miei e di Isa li conservi?” ben sapendo che ho una scatola piena delle loro opere d’arte)  o a quello che dirò io: che gli voglio un mondo di bene. C’è bisogno di un angolo particolare per sognare un po’? Per me sì, è proprio necessario che sia un posto fisico dove posso raccogliermi e stare sola.

Mi capita di essere così presa dai miei pensieri da non sentire mio marito che mi chiama, da perdere un po’ la nozione del tempo, ma giuro che non sono pazza. Ho proprio bisogno di riflettere, di sognare, anche, di essere libera da formalismi e preconcetti. Tra me e me so quel che voglio, il difficile è ottenerlo, ma  le promesse me le faccio da sola. A volte penso ai miei, che non ci sono più, altre a che tipo di mamma sono stata, altre ancora a che nonna sono e come potrei essere migliore.  Ma ho anche pensieri più terreni, ovviamente, del tipo “devo fare la spesa”, “oggi solo insalata, che magari perdo un po’ di peso”.

E’ cambiato poco da quando ero adolescente, ho le stesse esigenze, anche se i pensieri sono diversi. Mi piace ancora ritrovarmi e rimettermi in discussione. Ho solo cambiato gusti, ora mi piace il silenzio. Per il resto… i sedici anni sono ancora dietro l’angolo.

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