I bambini e i segreti

segretoHo riscritto questo post un paio di volte, io che sono abituata a scrivere di getto e a non rileggere nemmeno. Ma l’argomento è difficile e importante. E poi ci tengo particolarmente.

Durante il periodo natalizio in casa vigeva il silenzio più assoluto. Isabel e Leonardo stavano preparando la recita natalizia e non una parola è uscita dalle loro labbra. Era un segreto e tale è rimasto fino al giorno dell’esibizione.

E’ così che si impara che cos’è un segreto. La maestra lo dice “non dite niente, perché è una sorpresa. Anzi, un segreto!”. E i bambini (quasi tutti) obbediscono, per fare – appunto – una sorpresa a mamma e papà.

Niente di male, se non che con questa parola-ricatto, SEGRETO, si includono anche bugie che tali non dovrebbero essere. Anche se i bambini sono bambini ma non stupidi, ci sono casi in cui convincere un piccolo a “non parlare” tirando in ballo il segreto, è facile. Penso ai casi di bullismo, di violenze a vario titolo, tutte tacitate con la parola segreto o  sinonimi sinistri. Quanti sono i bambini traumatizzati da un’insegnante che urla e minaccia? O quelli che assistono a strattonamenti, a sculacciate e che tacciono per paura? Qui si parla di minacce, non di tenere un segreto, quindi insegnamo loro la differenza.

Fondamentale è conoscere i propri figli, intuire quando c’è qualcosa che non va. E lo dico perché le cronache di questi giorni suggeriscono segreti dolorosi, verità nascoste dietro l’ingenuità di cui qualcuno si  approfitta.

Avere dei segreti per un bambino è eccitante e lo fa sentire importante. Difficile spiegare a un bambino, a questo punto, che ci sono segreti e segreti. Che, cioè, non tutti i segreti sono uguali e che per qualcuno non solo non c’è l’obbligo di tacere, ma addirittura bisogna spifferarlo, e subito.  Però bisogna spiegarlo, soprattutto se i bambini sono di indole buona, se sono particolarmente ingenui (in riferimento all’età) o se si spaventano facilmente o altrettanto facilmente intimoribili.

Innanzi tutto, lo ripeto, non consideriamo il bambino un piccolo idiota. Il più delle volte sa perfettamente qual è il confine tra il bene e il male, credeteci. Sono le mezze via, quelle più pericolose. Quelle situazioni in cui si sente dire “è meglio non dirlo a mamma”. Perché, diciamocelo, non siamo mai così bravi nell’educare i figli da insegnar loro a stare attenti a chi fa opera di persuasione, a chi è pericoloso ma non sembra tale.

Ma non solo: spesso i bambini non sono nemmeno minacciati, semplicemente decidono di non rivelare qualcosa perché si vergognano.  Un compagno che ti ruba una gomma e che dice “se lo dici a tua mamma non sei più amico” è un invito a tenere  per sé  un segreto,  per certi bambini. O a fare qualcosa che non vorrebbero.

Insomma, nelle versioni precedenti di questo post ho fatto come il mio solito: ho “declamato”. “Bisogna spiegare ai bambini che ci sono segreti e segreti, che a volte qualche piccolo ricatto passa come segreto. E che bisogna confidarsi con i genitori, in questi casi. E bla bla bla, bla bla bla e ancora bla.

Il fatto è che non ce l’ho la ricetta magica, ma volevo solo mettere genitori e nonni sull’avviso: nella nostra vita frenetica, fatta di corse e di orari rigidi, perdiamo un po’ di tempo per guardare i bambini, capire se sono sereni, se a precise domande abbassano lo sguardo. A volte basta un “mamma e papà ci sono sempre, qualsiasi cosa succeda. Meglio una brutta verità di una bugia”. Ecco, con pazienza e tanto amore.

L’importante è che sappiano che possono contare sempre sulla famiglia. E che ogni condizione di disagio può e deve essere riferita ai genitori. E che mai, nessuno, ha il diritto di fare delle minacce nei loro confronti. E’ chiaro che bisogna che i piccoli abbiamo a loro volta fiducia nei genitori, bisogna  aver seminato bene: bisogna cioè avere tutta la loro fiducia, che non si ottiene in un attimo, ma con anni e anni di lavoro.

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I buoni propositi

happyVa bene, lo ammetto. Nonostante i buoni propositi, quelli che ogni inizio di anno nuovo ti vengono spontanei, non ci siamo. Sono senza idee, senza grandi novità. In realtà, visti i tempi, quella di non avere novità è una gran bella notizia, ma a chi interessa?

Vediamo… Natale tutto bene, ho ricevuto bei regali (amo mi si regali qualche capo di vestiario, e mia figlia che lo sa, non me lo fa mai mancare). Tra tutti, ho esultato quando ho visto la macchina per il caffè, quella che usa le cialde. Ahhh…  ne avevo provate tante, con il caffè  in polvere, ma questa è fantastica, davvero. Ma vi interessa? Non credo.

Ultimo dell’anno. In realtà non è che mi entusiasma festeggiare San Silvestro, quindi di solito stiamo tranquilli a casa. Magari con uno o due ospiti, ma niente grandi feste. Quest’anno – sa il cielo perché – siamo andati invece fuori, una specie di cenone. Devo dire, niente male. Ma anche qui, non credo la notizia vi sconvolga.

I nipoti. Ah, felicissimi dei doni di Babbo Natale, felici anche di avere noi nonni lì, a condividere con loro i giochi e il pranzo di Natale. Ma felici anche di andare poi in montagna, di “bobbare”  come dice Isabel. E di pattinare: Leo mi ha detto “Nonna, lo sai che la Isa sui pattini è bravissima?”. Ecco, ci ha provato un paio di volte e voilà, come al solito non ha  bisogno di tante spiegazioni. Penso sia una sportiva nata, il problema è capire qual è lo sport più adatto a lei. Che poi diventi bravissima, una volta scelto quale, non ho alcun dubbio.

Ma la cosa più bella è stata vederla, al ritorno dalla montagna, con le braccine tese e sentirla dire, prima ancora di salutare “Lo sai nonna che avevo proprio voglia di vederti?”. Ci sono cose che non hanno prezzo. Ve ne ho appena raccontata una.

Fa niente se nella notte dell’Epifania i ladri hanno tentato di entrare in casa loro. Per puro caso (e per un po’ di istinto) siamo passati e abbiamo visto che avevano forzato la grata. Un po’ di danni, infissi da cambiare, ma non sono riusciti, per fortuna, a entrare, quindi va bene così. Ovviamente i bimbi non sanno niente, Isabel ha un vero e proprio terrore dei ladri.

Diciamo che fra il tentato furto e la febbre a 39 di mia figlia, proprio durante le festa, l’anno poteva cominciare meglio. Ma siccome sono improvvisamente diventata ottimista dico che poteva anche cominciare peggio.

Ecco, come dicevo non ho niente da raccontarvi. Facciamo che da oggi in poi mi racconto da sola quel che mi va, che me lo scrivo per non scordarlo, che non faccio di tutto per farmi leggere. Quindi posso raccontarvi la normalità. Che c’è di più bello della normalità?

 

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Il collegio ieri e oggi

collegioAnni fa, credo fosse il 1984, lavoravo alla scuola di giornalismo. Gli allievi erano tutti futuri giornalisti, alcuni oggi famosi. Con un gruppo di ragazze si chiacchierava cercando ispirazione per un servizio giornalistico originale. Proposte scherzose ce ne furono tante, e io dissi la mia “Che ne dite di un servizio sui collegi?”. Collegio, già nel 1984, era una parola quasi sconosciuta, ma ci fantasticammo su parecchio. Svizzero, in primo luogo. Severo, con una disciplina ferrea. Con le divise. E poi le materie, oltre alle classiche italiano, matematica, storia, geografia e scienze. Il corso di buone maniere: come ci si comporta in pubblico, come si apparecchia la tavola, il corso di taglio e cucito. Una sorta di “Donna Letizia” dei tempi che furono. Ah, c’era piaciuta un sacco quest’idea. Ovviamente era solo un’idea e rimase tale.

Così, quando ho visto il promo in tv della serie “Il Collegio”, non ho avuto dubbi: non me lo sarei perso. E’ appena finita la prima puntata e mi scappa già di dire la mia. So che almeno la metà delle cose che dirò non troverà nemmeno un parere favorevole, ma c’è anche da dire che io sono una nonna, quindi a) poco, anzi quasi per nulla al passo con i tempi b) certe cose – dite quel che volete – non mi trovano d’accordo c) i professori della serie tv sono tanto irreali (e sgrammaticati) che, appunto, sembran finti.

Detto tutto ciò e fatte le debite premesse cominciamo. Questo collegio è ambientato nel 1960, ospita 18 ragazzi e ragazze dai 14 ai 17 anni che hanno voluto affrontare questa prova. Ovviamente per prima cosa, vista l’epoca, niente tecnologie, niente trucchi, niente orpelli, perfino niente patatine e dolcetti.

Le ragazze. Meno male che c’era la didascalia con scritta l’età. Perché io, sinceramente, a qualcuna davo dai 20 ai 25 anni. Non sono contraria a un po’ di trucco, ma quella mamma  di una quattordicenne che ridendo dichiarava che era lei a chiedere i trucchi alla figlia, molto più rifornita di lei, mi ha fatto un po’ pena. Cara mamma, tu gliel’hai concesso.

Un’altra ragazzina era piena di tatuaggi: grandi, vistosi. Non ricordo se 14 o 16 anni. E poi i piercing al naso, sia per maschi che per femmine, piercing alle sopracciglia. E siccome i partecipanti sono tutti sotto i 17 anni, il permesso glielo avete dato voi genitori.

La lamentela comune di tutti i genitori è che avevano scelto (liberamente. Insieme ai figli) di partecipare alla trasmissione era che non riuscivano più a tenerli a bada. Ora, sappiamo tutti quant’è difficile fare i genitori, come a volte sia necessario e doloroso imporsi quel tanto che basta per educare un figlio. Non parliamo poi se il figlio è un adolescente. Sinceramente, non tornerei ai tempi dell’adolescenza di mia figlia: non ce la farei. Forse sono stata un po’ severa (mia figlia me lo rimprovera ancora oggi) eppure non mi pento di quel che ho fatto.

Una madre di una quindicenne ha confessato che sua figlia “ha la testa dura e fa quel che vuole. Se decide di uscire, esce e io non so nemmeno con chi sia e dove sia”. Quindicenne, dicevamo. Certo, ci sono ragazzini con un carattere tosto, ma se arrivi al punto di avere una ragazzina che fa quel che vuole è che prima è mancato qualcosa.

Allora, torniamo indietro nel tempo: io non mi sarei mai sognata di dire “vado dove mi pare e torno quando mi pare”. Credo che il suono dei ceffoni paterni mi avrebbe reso inabile. Ma siccome non volevo crescere mia figlia con le stesse paure, a lei ho sempre concesso il diritto di parlare. E c’è stata qualche esplosione di rabbia in cui ha detto “io me ne vado”. E la risposta è stata “si? Sei minorenne, ti denuncio e ti riportano a casa in un minuto. Dopo di che prova a pensare alla libertà che avrai. Decidi tu”.  Ora, sembra facile e io sembro l’eroina del momento, ma ho sudato freddo e di nascosto ho pianto.

Ma le regole (poche, non eccessivamente rigide) vanno rispettate. Perché i ragazzi, come i bambini, sono in continua sfida e se concedi troppo poi non riesci a tornare indietro e a riprendere le redini. Almeno, così la penso io.

Così, per tornare alla serie tv, c’era la disperazione (ovvia) nel consegnare i cellulari, nel rinunciare a ogni orpello e a tutti i trucchi. Ma perché poi? Un po’ di fard e un tocco di rimmel non si negano a un’adolescente, nemmeno nel 1960. Piuttosto, ho trovato una crudeltà la scelta del cibo (lingua e trippa). A parte che ognuno ha i propri gusti, ma quella di dover assolutamente finire quel che c’è nel piatto è una regola assurda. Io, a sei anni, a scuola, sono stata obbligata a mangiare le barbabietole. A parte averle vomitate subito, ancora oggi non posso nemmeno vederle o vomito.

Due cose mi hanno divertito. Il telefono a disco, che quasi nessuno sapeva usare, e il corso di economia domestica, che secondo me male non fa. Per il resto, l’ignoranza ha regnato sovrana. Dal non sapere la collocazione delle regioni italiane a non riconoscere Mazzini, Garibaldi e Cavour fino a non saper risolvere un problemino facile. Di contro, ho colto un paio di strafalcioni verbali anche dei prof. Ah, dimenticavo, i sorveglianti: nemmeno nei peggiori incubi…

In attesa della prossima puntata.

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